Cortez the Killer – quando la chitarra diventa memoria

Ci sono canzoni che raccontano una storia.
Altre che raccontano un’epoca.
Cortez the Killer fa qualcosa di diverso: crea uno spazio mentale in cui il tempo si ferma e la musica diventa paesaggio.

Pubblicata nel 1975 su Zuma, è una delle vette assolute della carriera di Neil Young e, più in generale, una delle più grandi dichiarazioni di poetica mai espresse attraverso una chitarra elettrica.


Un riff che non chiede permesso

Il brano si apre con un giro di chitarra lento, circolare, ipnotico.
Non cerca attenzione. Non cresce. Non esplode.
Esiste, e basta.

È una progressione semplice, quasi primitiva, ma caricata di un peso emotivo enorme. Neil Young non “suona” il riff: lo lascia respirare, lo ripete fino a trasformarlo in un mantra. È qui che si capisce una cosa fondamentale del suo linguaggio: la grandezza non è nella complessità, ma nella persistenza.

Con i Crazy Horse, il suono diventa largo, imperfetto, umano. Le note non sono cesellate, sono attraversate. Ogni micro-sfasatura, ogni incertezza ritmica contribuisce a creare quell’effetto quasi ipnotico che rende Cortez the Killer immediatamente riconoscibile dopo pochi secondi.

Neil Young and Crazy Horse in the mid 1970s during the Zuma recording period

Neil Young e i Crazy Horse negli anni 70 durante il periodo di registrazione di Zuma


Un testo che suggerisce, non spiega

Neil Young non è interessato alla precisione storica. Cortez non è un personaggio da manuale, ma un simbolo.
Il testo alterna immagini di armonia primitiva, amore, semplicità, alla distruzione portata dalla conquista. Ma non c’è retorica, non c’è giudizio esplicito.

È tutto sospeso, evocato, lasciato incompleto.

E proprio questa incompletezza rende il brano universale: Cortez the Killer non parla solo di colonialismo o storia, ma di ogni equilibrio spezzato, di ogni mondo che finisce quando arriva qualcuno convinto di sapere cosa sia il progresso.


La chitarra come voce narrativa

Il vero racconto, però, non è nelle parole.
È nella chitarra solista.

Neil Young costruisce un assolo che non punta mai al climax classico. Le frasi si allungano, si piegano, si ripetono. È un lamento, una preghiera, un ricordo che torna sempre uguale e sempre diverso.

Non c’è virtuosismo. Non c’è dimostrazione.
C’è necessità.

È uno di quei rari casi in cui puoi davvero “cantare” l’assolo, perché la chitarra lavora come una voce: entra, respira, tace, ritorna. Ed è per questo che il brano cresce dal vivo, spesso superando abbondantemente i dieci minuti, senza mai perdere intensità.


Perché è una Great Song

Cortez the Killer è una Great Song perché:

  • non appartiene a una moda né a un’epoca
  • rifiuta ogni forma di compiacimento tecnico
  • dimostra che la ripetizione può essere linguaggio
  • trasforma la chitarra elettrica in strumento narrativo ed emotivo

È una canzone che non chiede attenzione immediata, ma ricompensa l’ascolto profondo. Una di quelle che, col passare degli anni, non invecchiano: si allargano.


Neil Young, in una frase

Se esiste un brano che spiega perché Neil Young è rimasto rilevante attraversando decenni, scene, generazioni e linguaggi diversi, è questo.
Cortez the Killer è la prova definitiva che l’intensità batte la perfezione e che, a volte, una chitarra che insiste sulla stessa idea può dire più di mille note diverse.

Una Great Song, nel senso più puro e radicale del termine.

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