Un’amicizia silenziosa, un contatto reale, un ostacolo molto terreno: i soldi
Non una leggenda: un rapporto reale, ma atipico
Parlare di “amicizia” tra Jimi Hendrix e Miles Davis richiede precisione. Non era un’amicizia quotidiana, fatta di frequentazioni continue. Era qualcosa di più raro e, per certi versi, più profondo: una relazione di stima reciproca tra due artisti che si riconoscono come pari, pur provenendo da mondi diversi.
Miles non stringeva facilmente legami personali. Quando parlava bene di qualcuno, soprattutto pubblicamente, era perché ne riconosceva un valore strutturale, non solo stilistico. Hendrix rientra in questa categoria ristrettissima.



Il contatto diretto: non “se”, ma “come”
Le fonti più attendibili indicano che si conoscevano personalmente. Non si tratta di una voce isolata, ma di una convergenza di testimonianze:
- Miles Davis dichiarò di aver assistito a concerti di Hendrix
- Hendrix era perfettamente consapevole del lavoro elettrico di Miles
- musicisti comuni (Tony Williams, Herbie Hancock, Larry Young, John McLaughlin) fungevano da ponte umano e musicale
Il loro rapporto era diretto ma sporadico: telefonate, messaggi fatti arrivare tramite manager e musicisti, conversazioni brevi ma dense. Non c’era bisogno di molto: entrambi sapevano cosa stava facendo l’altro.
L’idea di registrare insieme: reale, concreta, fragile
Qui entriamo nel punto cruciale.
L’idea di una collaborazione non nasce come progetto discografico ufficiale, ma come possibilità artistica. Miles voleva Hendrix dentro il suo universo elettrico, non come ospite rock, ma come elemento destabilizzante.
L’ipotesi più concreta prevedeva:
- sessioni informali e aperte
- senza scalette
- senza brani definiti
- probabilmente presso Electric Lady Studios
Ed è qui che emerge il problema dei soldi.
Il vero ostacolo: il denaro (ma non come si pensa)
Non era Hendrix ad avere problemi economici.
Era Miles Davis.
Alla fine degli anni Sessanta, Miles:
- non vendeva come Hendrix
- aveva contratti discografici molto meno remunerativi
- era appena entrato in una fase elettrica rischiosa commercialmente
Coinvolgere Hendrix significava:
- pagare cachet altissimi
- affrontare costi di produzione elevati
- giustificare l’investimento a un’etichetta (Columbia) già nervosa per la svolta elettrica
Miles era libero artisticamente, ma non economicamente.
E qui emerge un dettaglio fondamentale: Hendrix non voleva essere “pagato come una star” in quel contesto. Ma la macchina discografica sì. Manager, avvocati, assicurazioni, tempi di studio: tutto diventava improvvisamente complesso.
Un paradosso crudele
Il paradosso è questo:
- artisticamente, la collaborazione era perfettamente naturale
- economicamente, era quasi impossibile
Miles lavorava spesso con musicisti giovani e sottopagati (scelta eticamente discutibile, ma artisticamente funzionale). Hendrix, invece, era:
- un’icona globale
- un rischio assicurativo
- un investimento fuori scala per un progetto sperimentale
Miles lo sapeva. E sapeva anche che una collaborazione “minore” avrebbe tradito il valore di Hendrix.
Meglio non farla, che farla male.
La dimensione umana: rispetto, non frustrazione
Non c’è traccia di rancore.
Non c’è delusione esplicita.
C’è piuttosto una sospensione, come se entrambi avessero accettato che il tempo non fosse dalla loro parte.
Quando Hendrix muore nel 1970, Miles non romanticizza. Non scrive elegie. Continua a spingere la sua musica verso territori ancora più elettrici, più duri, come dimostra A Tribute to Jack Johnson.
Non è un omaggio diretto. È un dialogo che prosegue da solo.
Conclusione
L’amicizia tra Hendrix e Miles Davis è stata reale ma fragile, fatta di rispetto, distanza e possibilità non realizzate.
Il loro mancato incontro in studio non è stato un fallimento artistico, ma una collisione tra visione e realtà economica.
A volte, la storia della musica non è decisa dal talento, ma dal budget.